martedì, 20 maggio 2008
Pranzai e poi Banzai

Buon pomeriggio, colleghi.

Sono rientrato nei ranghi dopo questo fine settimana dedicato all’euforia calcistica (vi sfido a indovinare di che squadra sia il principale di questo blog) e posso riprendere a raccontarvi di come i fili che muovono il Mondo siano in realtà tessuti davanti ad una macchinetta del caffè.

Sono di ritorno dal caffè post pranzo (è il classico post-post-pranzo). La simpatica e avvenente collega indiana (soprannominata “Indianina) ha terminato la collaborazione in questo ufficio. Per il sollievo del mio collega di cui vi raccontavo, il neo single (il quale afferma di esserlo per scelta comune della sua partner): la pausa caffè per il povero malcapitato era diventata una via crucis sotto la sferza della buona volontà dei colleghi di volerlo accasare con la straniera.
Per carita’, ragazza carina, ma come sopportare quotidianamente gli occhi di una consorte che a pranzo, mentre mangi una bella bistecca o una bella orata, ti guarda come se ti stessi apprestando a mangiarle il nonno?

Tornati in ufficio è iniziato un dibattito sul mondo dell’estremo oriente, ed in particolare sul Giappone. Come vi avro' esposto altre volte, per il tipo di attivita’ della mia azienda e’ facile avere rapporti con orientali di tutti i tipi.
All’origine della discussione il “tirare su” con il naso del mio collega nipponico. E’, infatti, concezione comune in Oriente che liberarsi il naso con un fazzoletto sia estremamente maleducato. Peccato però che per evitare questo piccolo gesto maleducato la gente vada in giro come Lapo Elkann dopo aver presenziato ad una gara di panettieri acrobatici.

Vengo a sapere inoltre che in molte zone d’Oriente e’ molto importante prendere in considerazione i bigliettini da visita che vengono scambiati in ambienti professionali; mai sia dare un’occhiata veloce e disfarsene. E io mi immagino di dare il mio di bigliettino da visita, con un orlo strappato dall'angolo...

In Oriente, negli incontri di diverse rappresentanze, non parla mai il capo, come avviene generalmente in Italia, ma il sottoposto. Mi sembra furba come cosa: quando quello che parla dice minchiate gli si può sempre dare una sberla e affermare che ha sbagliato.
In Italia il problema è che anche se chi caga fuori dalla tazza è il capo, la sberla se la prende comunque il sottoposto.
E ancora una domanda: dalle nostre parti eleggiamo un capo perché parla o facciamo parlare chi abbiamo eletto?

In Giappone c’è la cura smodata per ogni gesto. Il rito del the, il rito del rito, ecc…
Un nostro collega in trasferta in Giappone capitò in un grande magazzino. Alle casse, in Giappone, c’è sempre un commesso che imbusta la merce in sacchetti di carta. Quella volta il collega fu richiamato in dietro dal commesso: gli fu sostituita la busta perché all’esterno della struttura, quel giorno, aveva iniziato a piovere. Qualche passo in avanti il collega si chiese come avesse potuto il commesso sapere della pioggia, data il completo isolamento dell’edificio dall’esterno. Il commesso affermò di essersene accorto dal cambio della musica diffusa. In Giappone c’è il più alto tasso di suicidi. E penso alle Ferrovie Italiane e quelle giapponesi. E penso alla loro necessità di perfezione. E penso di rapportarla in Italia, e allora le traversine dei binari me le immagino fatte con corpi di (dirigenti) ferrovieri suicidi e non con assi di legno.

E penso anche un po’ a lavorare ché, francamente, penso sia ora.

Buon pomeriggio.

clarks alle ore maggio 20, 2008 15:20
kendo, farina, lapo elkann, gigi la trottola, kenso | commenti (11) | commenti (11) (popup)