“La crisi non è una, ma sono tre. Quella del credito è quella di cui tutti parlano ma sono quelle simultanee dell’energia e del riscaldamento globale a renderla peggiore delle altre che abbiamo conosciuto, inclusa quella del ’29 [...].
Il peggio ha da venire (n.d.r.), perché per il momento si cura una crisi, ma non le altre due che intanto peggiorano. Ognuna alimenta l’altra, accelerandola. Partiamo dalla prima: negli USA usciamo adesso da quasi vent’anni di spese pazze basate sulle carte di credito. In questo modo abbiamo sostenuto la nostra economia ma anche quelle straniere. Però, mentre nel ’91 avevamo il 9% di risparmi, oggi abbiamo “reddito negativo”, un ossimoro che dice che spendiamo più di quanto guadagniamo. Con stipendi stagnanti che, in termini di potere d’acquisto reale, sono scesi. Così le banche, dopo aver regalato
Alla prima crisi io aggiungo quella dell’energia (n.d.r.): l’11 luglio, quando il petrolio è arrivato a 147 dollari al barile, abbiamo raggiunto ciò che io chiamo il “picco della globalizzazione”, un punto di non ritorno cruciale. Tutti i prezzi sono cresciuti perché il greggio serve per produrre quasi ogni merce. La capacità di acquisto scendeva, l’inflazione saliva e l’economia è entrata in stallo. E se anche, come è successo nelle ultime settimane, il costo del barile è sceso, l’effetto dell’aggiustamento non regge. Perché la verità è che l’oro nero ha raggiunto il suo peak pro capite già nel 1979: la sua disponibilità non potrà crescere mentre questo è il destino del suo prezzo. Che innescherà di nuovo la spirale descritta […].
La terza crisi (n.d.r.) è quella più nuova, ovvero quella degli effetti in tempo reale del riscaldamento climatico. Gli uragani si moltiplicano, da Katrina (nella precedente versione del post avevo scritto Latrina) ad Ike, e spazzano via assieme alle vite miliardi di dollari. Che le assicurazioni non riescono più a coprire. L’impatto del clima impazzito sull’agricoltura è pesantissimo. E questo fattore, se già gli altri due non fossero già abbastanza complessi da risolvere, è quello più difficilmente arginabile nel breve periodo […].
Questa offensiva a tridente non è, però, inarrestabile. Serve (n.d.r.) concentrarsi sull’alba della terza rivoluzione industriale piuttosto che sul tramonto della seconda, sul futuro anziché sul passato. Mi spiego: puntando sulle energie rinnovabili, costruendo case ecologiche, auto elettriche e così via si potrebbe rivitalizzare l’economia reale di questi anni sventuratamente trascurata a favore della finanza […].
Il trilione di dollari dei contribuenti americani già spesi per i vari salvataggi da Fannie Mae e Freddie Mac in poi basteranno a coprire una parte ridicola del buco. Si tratta di ripianare quasi venti anni di debiti: è un piano naif che non funzionerà. Meglio spendere quei soldi per finanziare un passaggio rapido alla terza rivoluzione, che invertirà la tendenza innescando un circolo virtuoso, creando milioni di posti di lavoro […].
Direi che la situazione è davvero peggiore rispetto alla Grande Depressione (n.d.r.): allora c’era una mostruosa crisi di credito ma un sacco di energia e del global warming non si parlava neanche. Adesso questi tre elefanti si muovono tutti in una piccola stanza. E non promettono niente di buono […].
Non vedo nessuna speranza per gli USA (n.d.r.), ma per l’Europa sì. Soffrirete della nostra crisi, ma avete risparmi delle famiglie, una valuta forte, maggiori esportazioni e un modello sociale meno iniquo. Anni di neoliberalismo sfrenato ci hanno sbalzato fuori dal posto di leader economico.”
Jeremy Rifkin, economista e attivista ambientalista, presidente della Foundation on Economic Trends e della Greenhouse Crisis Foundation. Tratto da Repubblica, 30 settembre 2008.
“Gli USA si trovano adesso ad un bivio (n.d.r.). La prima cosa da fare mi sembra sia quella annunciata dal governo di Washington: un’abbondante iniezione di liquidità nel sistema dei mercati finanziari. Ma subito dopo è necessaria una v eloce riconversione all’economia reale. E con economia reale intendo un ritorno di attenzione al mondo della produzione e del commercio e una limitazione dell’utilizzo della leva finanziaria […].”
Michael Spence, Nobel nel 2001 per l’economia, presidente della Commission on Growth and Development. Tratto da Corriere Economia, 29 settembre 2008







