mercoledì, 01 luglio 2009
Il giovinetto dove lo metto
un-paese-per-vecchi

 

Salve colleghi

 

Parto da una citazione cinematografica per introdurre un’idea che ho maturato nel corso di diversi anni e che viene continuamente corroborata dall’osservazione di ciò che mi circonda; del resto con l’aumentare delle esperienze aumenta anche la consapevolezza e il livello di penetrazione nelle questioni del quotidiano.

 

Sapevo già dagli studi primari che il nostro continente è definito “Vecchio”, ma di tutta l’Europa, l’Italia sembra il bastone piuttosto che la gamba.

 

La struttura sociale, la morale, la visione del futuro, l’attribuzione del merito, il peso intellettuale e il riferimento interlocutorio sono basati sull’anzianità (se non sull’anziano).

La mia tesi, che potrà suonare come una blasfema mancanza di rispetto verso le generazioni più attempate è in realtà la denuncia della mancanza di lungimiranza che queste ultime, di cui la classe politica è finale esempio, hanno avuto nella costruzione del futuro.

 

Nello stesso concetto di meritocrazia c’è una visione tutta italiana; le carriere sono sostanzialmente caratterizzate da due fattori: anzianità ed esame finale. Attesa ed aleatorietà. Entrambi fattori che mortificano due aspetti caratterizzanti del fervore giovanile, come l’innovazione e la tenacia.

Il modello carrieristico è sempre troppo spesso ricorrente, nell’università, nella grande azienda, nel sociale, nella politica: vi sono i grandi anziani, i detentori del potere di parola, e i discepoli, uditori, che aspettano sostanzialmente di diventare anziani per perpetuare il modus operandi dell’accademia di appartenenza.

 

L’imprenditorialità giovanile segue quasi lo stesso modello. Le ascese dei giovani liberi professionisti sono molto spesso bloccate dai cartelli delle corporazioni esistenti, inibendo di fatto ancora alcuni punti di forza della classe junior basati sulla concorrenza ed innovazione.

 

La scuola non esula da questa tendenza. L’esame di maturità nella sua ennesima versione si pone il lungimirante obiettivo di valutare uno studente attraverso il trascorso dei suoi anni scolastici, sebbene l’evento dell’esame in sé, dopo cinque anni di valutazioni dimostrate e certificate, risulta sempre troppe poche volte la conferma di un percorso e sempre troppe volte il frutto di un evento casuale e sporadico.

A mio giudizio una valutazione più meritocratica potrebbe consistere nella valutazione media degli anni trascorsi; l’esame di maturità potrebbe lasciare spazio ad un nuovo formale esame di ingresso per le università che questa volta si riprenderebbero il ruolo di ente formatore di eccellenza e di elevazione culturale, ridistribuendo in maniera dignitosa e razionale le competenze dei giovani.

 

La morale è un ambito per il quale dedicherei fiumi e fiumi di bit.

La mia adorata Italia è una nazione che adora sentirsi baluardo della tradizione e della cultura morale. Ciò che rimane oggi è un tessuto di contraddizioni e superstizioni che crea scompensi con l’evoluzione naturale dei modelli sociali imposti dalla globalizzazione e dal confronto con gli altri paesi.

Ci si ostenta a portare il modello del matrimonio in una società lobotomizzata dalla filosofia tronistica. Matrimono come il McDonald della felicità, con tante calorie e pochi nutrienti.

Si parla di affidamento di figli per una generazione di giovani che a trent’anni non riesce a badare a sé stessi, perché c’è un paese che non è in grado di assicurare loro l’indipendenza.

La morale cristiana è ormai una grande pretesto per scandire le fasi della vita troppo spesso uguali a sé per la mancanza di scelte.

E mentre penso a Mike Bongiorno,  brava persona, per carità, che ancora protesta perché non trova l’ennesimo contratto, mi sento di invocare un po’ di coerenza da parte dei giovani superstiti per far luce sul guazzabuglio di idee che si mescolano nella mia testa come lo zucchero (in realtà fruttosio) che sto mettendo nel caffé… che si sta raffreddando.

 

Buona giornata.

clarks alle ore luglio 01, 2009 22:29
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mercoledì, 24 giugno 2009
Deep Purple

Buongiorno colleghi, e ben ritrovati.

Molti gli avvenimenti degni di nota e commento dall’ultimo nostro ritrovo davanti alla macchinetta del caffè…

Un presidente americano di colore.

La crisi e la benzina che per una settimana è costata un po’ meno.

Simona Ventura abbandona X Factor.

La gente che mette tutti i fatti suoi sul Libro delle Facce.

I Papi (quelli laici e non).

Il primo vagito della provincia dei pipistrelli.

L’Iran che protesta e l’Italia che rimane in silenzio.

 

Tutte questioni importanti, ma non quanto il dilagare del viola come colore moda della primavera-estate 2009.

Già da un po’ di anni si assiste ad un fenomeno di monocromatismo dell’abbigliamento di tendenza e le conseguenze per chi come me, povero allocco, non segue in maniera pedante la moda sono irritanti.

Segue esempio caratteristico.

Entro sicuro e sorridente in un negozio di abbigliamento. È una bella giornata primaverile (o estiva) ed io, impettito e baldanzoso, sfilandomi gli occhiali da sole, faccio lo splendido.

La commessa, al mio ingresso è affabile e ammiccante. Con un balzo plastico si slega dalla posizione a mani dietro la schiena e mi viene incontro sorridendo.

 

-         Buongiorno, ha bisogno?

-         Sì, buonasera. Err… buongiorno. – tipico – Mi piacerebbe dare un’occhiata in giro - in tono cordialmente formale.

 

Gironzolo. Mi serve qualcosa di verde… Non la trovo...

 

- Scusi… scusa… Scus… Ha…i…vete, per caso, qualcosa di verde?

- …Verde…?

 

La giovane operatrice muta la sua espressione. La curva degli occhi tende impercettibilmente ad arcuarsi verso il basso, manifestando un sincero senso di compassione, e  la linea della postura si modifica leggermente in allontanamento, quasi a sottolineare un certo distacco dalla richiesta appena fatta.

 

-         Veramente quest’anno va il viola.

 

E dove cavolo se ne va il viola? Il viola se ne va in giro per le strade, su magliette, gonne, pantaloni. Sono ormai diventato insensibile al viola. Arriverà Quaresima e non me ne accorgerò neanche…

 

Segue esempio sulla larga diffusione dell’utilizzo del colore viola nell’abbigliamento.

 

Domenica scorsa ero in un bar di periferia a prendere un caffé. In questo periodo si celebrano le prime comunioni.

Il bar è situato nei pressi di una parrocchia di recente costruzione e come tale, copre un territorio con forte presenza di giovani famiglie e bambini. In età da comunione.

Quella zona, solitamente deserta, era un deliro di nonne claudicanti, corpi impomatati, acconciature neoclassiche, auto blu, e mini-abiti da sposa.

C’erano così tante macchine che:

-         Per giustificarne il numero ho dovuto supporre l’abbassamento dell’età minima di guida a 9 anni.

-         Per trovare parcheggio ho arretrato così tanto da ritornare a mettere la macchina nel garage di casa.

 

Torniamo al caffè. Del resto…

Nel bar c’erano tutti gli uomini che avevano scappottato la funzione religiosa ed erano tutti vestiti con qualcosa di viola.

Sembrava quasi che nei paraggi stessero tenendo i provini per il ruolo di Power-Ranger viola…

 

Il mio pensiero va allora a tutti quelli che:

-         Non indossano gli infradito, ma i sandali normali.

-         Vestono con i jeans senza ali, brillantini o strappi sul culo.

-         Cercano una felpa gialla con cappuccio senza scritte/numeri/stemmi.

-         Cercano un paio di scarpe che non sembrino rubate in uno spogliatoio dopo la partita di calcetto.

 

Buona camicia a tutti. 


NOTA: Riferimenti a fatti, nomi cose e città, colori, animali e persone sono puramente casuali. Per la redazione di questo post non è stato fatto del male a nessun oggetto di colore viola. Il post è assolutamente faceto.

clarks alle ore giugno 24, 2009 12:37
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mercoledì, 10 dicembre 2008
Il mio bagno non è un cesso
Salve colleghi.
Questo post potrà avere il valore di una memoria postuma (quindi è un post-umo) perchè mi sto approntando a pulire il bagno.
So cosa potete pensare: come al solito la fa drammatica. Forse avete ragione, ma permettete che vi esponga la fredda elencazione dei fatti.

Il mio bagno è veramente piccolo, ma c'è tutto. Chi ha ideato la disposizione dei sanitari era un eroinomane schizzato degli anni ottanta che tra una spada e l'altra passava le sue insulse ore davanti al videogioco del Tetris. Del resto il mio nome ha origini russe e me lo merito.
Il water (vetroni) è perfettamente incastrato al lavandino minimal chic; i vantaggi non sono da sottovalutare; la seduta offre un comodo riposo per la cervicale, dato il confortevole appoggio offerto alla mia nodosa fronte.
Il lavandino, altresì, consente un sano stretching mattutino per la lavanda ascellare, essendo delle dimensioni esatte della mia ascella.
Il bidet è un capolavoro di architettura zen. Secondo le più raffinate tecniche del feng shui la sua inclinazione a 45° rispetto al muro mi consente di poter inforcare la seduta senza mettere il ginocchio sinistro a mo' di stola attorno al collo.
Quando mi lavo il cu|_o sembro una di quelle anziane signore che viaggiano dietro la Vespa del proprio attempato marito.

La doccia ritengo sia in realtà sovradimensionata: se con la schiena mi appoggio al muro riesco addirittura ad entrare nel piatto doccia, erezione mattutina compreso.
Sul piccolo bassorilievo che funge da mensola riesco ad appoggiare con sapiente maestria spazzolino, rasoio, dentifricio, saponette nuove, schiuma da barba, dopobarba, filo interdentale (ovviamente a spezzoni, non con tutta la spoletta), polvere, tappo del lavandino, phon, ciabatte, accapatoio...
Sotto il lavandino ho ricavato anche l'angolo lettura: sullo sgabello alto 25cm appoggio le mie preziose "Settimana Enigmistica" facendo attenzione, con distinta cavalleria, a non offrire le mie terga al guardo pudico della Suzie mentre fa le sue domande del cazzo.
La penna me la porto da fuori ogni volta.

Veniamo alle pulizie.
Pulire il mio bagnetto è come spazzolare i denti del giudizio. All'apparenza perfetti, bisogna raggiungere posti impensabili per tirar fuori tonnellate di merda rancida. Mi sto attrezzando ad usare il "Rio Azzurro" sul succitato filo interdentale.
Il pavimento lo pulisco con due stracci messi uno affianco all'altro: in questa maniera copro già tutta la superficie calpestabile del bagno.
Il lavandino lo pulisco con un cotton-fiock; stando attento a non far cadere l'acqua per terra. La doccia e il bidet si puliscono da soli dagli schizzi della restante detersione.
Detto questo, mi rendo conto che la pausa caffè è finita e lo scovolino mi sta chiamando.
MANDALA!
Buona serata a tutti!.
tetris - unsafe
clarks alle ore dicembre 10, 2008 18:49
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martedì, 11 novembre 2008
Big Jim Zingaro Rom
clarks alle ore novembre 11, 2008 17:34
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Buongiorno colleghi.
Ammettiamolo, la digitalinformatizzazione ci sta stressando. Un tempo l'uomo badava ai centimetri del suo membro, ora bada ai megapixel della sua fotocamera e alla lunghezza del suo obiettivo.
Giriamo con le nostre chiavichette uessebbì cariche di emmepitrè; usiamo come intercalare la parola daunload (che se vogliamo fare i fighi diciamo deunlood) e ci viene in sogno il gigabbait che lanciando anatemi minaccia formati di conversione sconosciuti...
Ormai se ci vuoi provare con una ragazza nel treno e non ti accorgi che c'ha le cuffiette, ti speli la lingua e le tonsille a fare il simpatico e lei dopo mezz'ora di cabaret si toglie la cuffietta fuxia e ti chiede "cosa?"...

La digitalizzazione ha cambiato molte cose. Tra tutte, la foto di gruppo scattata dai passanti.
Quando ero giovane e la macchinetta fotografica parlava italiano, il gruppo di turisti chiedeva gentilmente ai passanti di scattare una foto; il passante, sorridente, accettava interrogandosi su una sola cosa: dove fosse il tasto di scatto. Il fatto che il risultato dello scatto si vedesse soltanto dopo lo sviluppo della foto rasserenava il volenteroso passante che tornava a casa lieto del fatto che una comitiva di turisti avesse visitato il suo pittoresco borgo e nulla più.

Oggigiorno che la macchinetta parla inglese e il passante ha perso totalmente la sua serenità: il display delle digitali mostra in tempo reale la foto appena scattata ed espone il passante al giudizio-scherno della comitiva di alloctoni. Il passante di oggi non chiede più solo dove sia il pulsante di scatto: ora chiede informazioni sullo zoom e sulla definizione, sul livello di bianco e sul rapporto d'aspetto, sulla qualità della codifica jpeg e sui lumen necessari...

A titolo d'esempio la mia esperienza a Lecce di ieri pomeriggio.
Siamo di fronte al Palazzo dei Celestini e vogliamo farci immortalare difronte a questo tripudio architettonico tempeshtato di Barocco.
C'è una coppia di turisti di mezz'età: i passanti. Sembrano stranieri. Sono stranieri. Americani.
- Hallo, would you take us a picture, please?
- Oh, yes. Of course.
La signora sembra molto ben disposta e sorridente. In realtà avevamo beccato la Lina Wertmuller d'Oltreoceano.
- Ok. Please get further... A bit more... Ok. NO! A bit closer please... Oh, Gosh! There's someone behind you... Do you prefer a close picture or... Ok... Stay a bit more on the right. Ok... ok... STOP! Too much. Get back. Left... Left... Nice...
Il marito, notati i primi nostri segni di cedimento, difronte ad un paio di persone colte da crampi, intima alla consorte perfezionista di accellerare il tutto:
- Psss Psss...
- Oh, come on, dear. Ok boys... A bit further, a bit closer... left... right... stop... go... up... down... Test... spal... baby one two three...
(CLICK) That's it!
Noi:
- Thank you (maccassurd!)

Conclusione: ci troviamo una foto orribile e l'acido lattico agli zigomi
perchè abbiamo mantenuto il sorriso per 15 minuti buoni aspettando l'esito.
E io mi gusto il caffè del mattino

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clarks alle ore ottobre 06, 2008 23:11
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“La crisi non è una, ma sono tre. Quella del credito è quella di cui tutti parlano ma sono quelle simultanee dell’energia e del riscaldamento globale a renderla peggiore delle altre che abbiamo conosciuto, inclusa quella del ’29 [...].

Il peggio ha da venire (n.d.r.), perché per il momento si cura una crisi, ma non le altre due che intanto peggiorano. Ognuna alimenta l’altra, accelerandola. Partiamo dalla prima: negli USA usciamo adesso da quasi vent’anni di spese pazze basate sulle carte di credito. In questo modo abbiamo sostenuto la nostra economia ma anche quelle straniere. Però, mentre nel ’91 avevamo il 9% di risparmi, oggi abbiamo “reddito negativo”, un ossimoro che dice che spendiamo più di quanto guadagniamo. Con stipendi stagnanti che, in termini di potere d’acquisto reale, sono scesi. Così le banche, dopo aver regalato la VISA, hanno pensato bene di inventarsi qualcos’altro: regalare i mutui a gente che non aveva come pagarli[…].

Alla prima crisi io aggiungo quella dell’energia (n.d.r.): l’11 luglio, quando il petrolio è arrivato a 147 dollari al barile, abbiamo raggiunto ciò che io chiamo il “picco della globalizzazione”, un punto di non ritorno cruciale. Tutti i prezzi sono cresciuti perché il greggio serve per produrre quasi ogni merce. La capacità di acquisto scendeva, l’inflazione saliva e l’economia è entrata in stallo. E se anche, come è successo nelle ultime settimane, il costo del barile è sceso, l’effetto dell’aggiustamento non regge. Perché la verità è che l’oro nero ha raggiunto il suo peak pro capite già nel 1979: la sua disponibilità non potrà crescere mentre questo è il destino del suo prezzo. Che innescherà di nuovo la spirale descritta […].

La terza crisi (n.d.r.) è quella più nuova, ovvero quella degli effetti in tempo reale del riscaldamento climatico. Gli uragani si moltiplicano, da Katrina (nella precedente versione del post avevo scritto Latrina) ad Ike, e spazzano via assieme alle vite miliardi di dollari. Che le assicurazioni non riescono più a coprire. L’impatto del clima impazzito sull’agricoltura è pesantissimo. E questo fattore, se già gli altri due non fossero già abbastanza complessi da risolvere, è quello più difficilmente arginabile nel breve periodo […].

Questa offensiva a tridente non è,  però, inarrestabile. Serve (n.d.r.) concentrarsi sull’alba della terza rivoluzione industriale piuttosto che sul tramonto della seconda, sul futuro anziché sul passato. Mi spiego: puntando sulle energie rinnovabili, costruendo case ecologiche, auto elettriche e così via si potrebbe rivitalizzare l’economia reale di questi anni sventuratamente trascurata a favore della finanza […].

Il trilione di dollari dei contribuenti americani già spesi per i vari salvataggi da Fannie Mae e Freddie Mac in poi basteranno a coprire una parte ridicola del buco. Si tratta di ripianare quasi venti anni di debiti: è un piano naif che non funzionerà. Meglio spendere quei soldi per finanziare un passaggio rapido alla terza rivoluzione, che invertirà la tendenza innescando un circolo virtuoso, creando milioni di posti di lavoro […].

Direi che la situazione è davvero peggiore rispetto alla Grande Depressione (n.d.r.): allora c’era una mostruosa crisi di credito ma un sacco di energia e del global warming non si parlava neanche. Adesso questi tre elefanti si muovono tutti in una piccola stanza. E non promettono niente di buono […].

Non vedo nessuna speranza per gli USA (n.d.r.), ma per l’Europa sì. Soffrirete della nostra crisi, ma avete risparmi delle famiglie, una valuta forte, maggiori esportazioni e un modello sociale meno iniquo. Anni di neoliberalismo sfrenato ci hanno sbalzato fuori dal posto di leader economico.”


Jeremy Rifkin, economista e attivista ambientalista, presidente della Foundation on Economic Trends e della Greenhouse Crisis Foundation. Tratto da Repubblica, 30 settembre 2008.

 

“Gli USA si trovano adesso ad un bivio (n.d.r.). La prima cosa da fare mi sembra sia quella annunciata dal governo di Washington: un’abbondante iniezione di liquidità nel sistema dei mercati finanziari. Ma subito dopo è necessaria una v eloce riconversione all’economia reale. E con economia reale intendo un ritorno di attenzione al mondo della produzione e del commercio e una limitazione dell’utilizzo della leva finanziaria […].”


Michael Spence, Nobel nel 2001 per l’economia, presidente della Commission on Growth and Development. Tratto da Corriere Economia,  29 settembre 2008

clarks alle ore ottobre 02, 2008 22:55
fare i gay, col culo degli altri | commenti (4) | commenti (4) (popup)
Buonasera colleghi.

La scorsa mattina l’idea folgorante.

Ammettiamolo, in quanto a strategie per la regolamentazione e l’incentivazione dello sviluppo e dell’occupazione i governi di entrambi gli schieramenti hanno fondato la loro azione su un antico principio già noto alla cultura latina: la defecatio extra anphoram.

Se poi pensiamo alle soluzioni per venire incontro alle nuove forme di convivenza (vedasi P.A.C.S., D.IC.O., lei D.IC.A. D.U.C.A., io D.I.C.O. D.IC.A.), si parla di approccio alla coda di gatto, innovativa rispetto alla più obsoleta alla cazzo di cane.

Ma siccome le pause caffé non devono essere per forza simposi in cui la critica distrugge incondizionatamente tutto e tutti, ecco la trovata costruttiva: spostare l’approccio occupazionale alla gestione familiare.

Io che sono femminista (lo dico sempre mentre strappo via i reggiseno senza bruciarlo: “L’utero è il vostro! A noi prestateci solo la parte terminale per un periodo determinato…”) ci tengo a precisare che l’idea viene da una donna che per quanto detto giorni fa, è sempre dotata di quorum, a maggior ragione quando ha un gran bel quorum.

Istituzionalizzare un matrimonio a tempo determinato, uno sposalizio a progetto.

Potrebbero essere formalizzati i Co.Co.De. (COnvivenze a COllaborazione DEterminata) o i Chi.Chi.Richi. (CHIasmi con CHIarimento a RICHIesta); ideati  i M.U.U. (Matrimoni Ufficializzati Una-tantum) o i M.I.A.O. (Matrimoni In Associazione Organizzata); fornite delle B.A.U. (Brevi Autorizzazioni all’Unione).

Mi spiego meglio: la coppia si forma, vive i suoi felici anni di fidanzamento (per intenderci quelli in cui lei non ha ancora scoperto di soffrire di cefalea cronica e di dismenorrea giornaliera)  e poi si sposa. Ma non per sempre. Per 4 anni, ad esempio. Poi, previo consenso bipartisan, come un contratto d’affitto 4+4, al quarto anno vanno riformulati i presupposti ed eventualmente rinnovata l’unione.

Toglieremmo di mezzo tutti quei fenomeni di scarsa produttività che compaiono alla fine del periodo di prova del fidanzamento.

Già lo vedo… Come durante le campagne elettorali     in prossimità delle elezioni, i coniugi a progetto rinfrescano l’ebbrezza amorosa come mai fatto prima. Lui che non piscia più sul bordo del cesso, lei che smette di cucinare la solita pasta col pomodoro (l’altro che per un periodo non si fa sentire); le camice appaiono lì, stirate, esattamente dove devono essere, e miracolosamente i rubinetti non perdono più (ma l’idraulico continua a venire la mattina).

Nel frattempo che l’ambiziosa idea scali tutta la gerarchia burocratica per arrivare a chi di dovere, mando un saluto a tutti gli sposati a tempo indeterminato, con figli dipendenti a carico, in cassa integrazione, chi ha scelto il part-time più secondo lavoro e chi è rimasto disoccupato.

Buon lavoro!

matrimonio

clarks alle ore ottobre 02, 2008 21:26
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Buon pomeriggio cari colleghi.

Come notizia autobiografica vi annuncio che dopo parecchio tempo sono tornato a scrivere sul blog e a cucinare: sto riprendendo le sembianze del single trentenne di bell’aspetto che vive da solo, autopaternamunito, sa cucinare e far di conto e mantiene pulita la casa lì dove lo sguardo riesce ad arrivare, telefonare ore pasti.

L’arietta settembrina punzecchia già e per chi, come me, ha dimenticato la roba mezzo-peso nell’armadio lì tra le paterne mura, portandosi via solo capi in lino ultraleggero, punzecchia ancora di più. Per riscaldarmi un po’ i ricordi mi immergo con la memoria in una pausa caffé dell’estate appena trascorsa.

È primo pomeriggio, siamo in agosto e nella struttura presso la quale lavoro l’epidemia delle ferie lascia allo sguardo uno scenario in stile “Io Sono Leggenda”; le poche creature che si aggirano per la struttura, madide di sudore e ansimanti dal caldo, sono delle nuove creature mutanti, sopravvissute all’epidemia grazie al fatto che non hanno maturato ancora gli anticorpi lavorativi delle ferie, perché assunti da poco: i neoassunti statali.

Come esseri antropofagi, con lo sguardo spento per la levataccia mattutina dopo una notte insonne per il caldo, ci aggiriamo per la struttura cercando la nostra preda: la macchinetta del caffè; il passo incalza e con esso il respiro, perché la mezz’ora di pausa sta per scadere.

Arriviamo alla macchinetta e… tlinc… truc truc truc… fzzzzzz… Il caffè è pronto.

Riprese le sembianze umane all’ombra di un palazzo e rinfrancati dal temporaneo antidoto, ascoltiamo il collega Jerry in una delle sue disquisizioni riflessive sul rapporto uomo donna. Oggetto della riflessione è il largo potere decisionale dell’uomo nelle scelte della coppia e a titolo di esempio ci riporta un tipico dialogo del sabato sera:

-         Cara, ‘ndo jammo stasera?

-         Jerry, non lo so… Oggi decidi tu

-         Vabbuo’. Andiamo al Ray?

-         No… è troppo lontano.

-         Andiamo al Pepe Nero, allora…

-         No, dai. C’è sempre un sacco di fila.

-         Jamm’o Centro Commerciale?

-         Ma se ci siamo già andati l’altra volta?!

-         Mannacc’… Andiamo all’Hollywood?

-         Noooo. Si paga troppo!

-         Allora… Addo’amma ji?!

-         Facciamo il Wizard…

-         (Chist è perché dovevo decidere io…)

 

Tutti consci di quanto nella coppia lo scettro del potere non abbia assolutamente la forma di uno scettro, ci accomiatiamo e ci dirigiamo ognuno verso il suo ufficio. Scapoli da una parte e ammogliati dall’altra.

masacc06

Buon pomeriggio colleghi.

clarks alle ore settembre 23, 2008 15:47
adamo, eva , scapoli, ammogliati, partita al pallone una volta all | commenti (5) | commenti (5) (popup)
martedì, 02 settembre 2008
Il primo aroma non si scorda mai...

Buongiorno colleghi.

Settembre che rende frizzantina l’aria del mattino mi ha riportato a prendere il caffé in un mio vecchio ufficio.

Se fosse vera la credenza secondo la quale alle persone citate in altrui conversazioni fischiano le orecchie, il ministro Brunetta sarebbe ormai da tempo irreversibilmente sordo: l’argomento principe del dipendente statale durante la pausa caffé del mattino è irrinunciabilmente la critica all’onorevole Robespierre nostrano. Quest’oggi la litania di ingiurie e invettive è stato lo spunto che ha portato l’attenzione della conversazione sull’efficienza degli enti pubblici e del servizio da essi offerto.

Nell’immaginario comune la parola “statale” è sempre stato un sinonimo di inefficienza e viscosità procedurale e questa pericolosa associazione di idee portò in Italia, negli anni ’90, un deletereo fervore “liberalizzatore” di cui stiamo pagando le conseguenze in termini di sviluppo economico e sociale.

Inizialmente la totalità dei settori strategici, ovvero energia, trasporti e telecomunicazioni, era sotto il controllo dello Stato. Gli effetti di questa gestione li si apprezzavano in termini di capillarità della presenza sul territorio (le squadre potevano intervenire in maniera esaustiva e pronta) e qualità dei servizi (vi ricordate quando NON c’era la voce registrata al telefono e si faceva manutenzione “preventiva” dei treni?). Ovviamente questo tipo di gestione è economicamente sconveniente, perché si tiene continuamente pronta e in moto una macchina da migliaia di dipendenti, privilegiando la soddisfazione dell’utente.

La politica ha quindi iniziato ad interessarsi più della Cosa Pubblicitaria che della Cosa Pubblica e allora è comparsa una nuova concezione della gestione, che ha inculcato nell’opinione pubblica lo spauracchio dello “spreco”: forti dello slogan “dagli allo spreco” i politici italiani si sono sbarazzati dei grandi enti pubblici statali, rimanendone spesso azionisti, mutando radicalmente l’aspetto della gestione, inizialmente orientato al soddisfacimento degli utenti ed ora fittizziamente dedicato al contenimento degli sprechi.

Lo scopo presunto  era quello di ottenere uno Stato che pagasse di meno; lo scorporo dei “carrozzoni” statali avrebbe dovuto tradursi in una diminuzione di debito e tasse. Pleonastico analizzare la situazione odierna.

In cambio del presunto risparmio sulle tasse, gli enti privatizzati avrebbero aumentato i loro costi (unico aspetto realmente concretizzatosi) in cambio di un migliore servizio, cosa che tutti quanti noi stiamo ancora aspettando.

Il risultato è sempre lo stesso. Il nostro scarso senso critico permette alla classe politica di non concretizzare vere strategie ma lascia scorrere gli eventi facendosi appagare sempre e comunque dalla forza comunicativa e pubblicitaria di cui la politica si sta facendo sempre più cliente.

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Detto questo, guardo nel mio bicchierino di carta e non vedo altro che grani di posa e zucchero precipitato: è ora di andare a lavoro.

Buona giornata.

clarks alle ore settembre 02, 2008 17:16
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venerdì, 15 agosto 2008
Assunzione

Buon ferragosto, colleghi.

Durante le vacanze estive gestire un blog che si ispira alle pause caffè è una chimera.
In questi mesi la notte e il giorno hanno dei confini così esili da rendere difficilissimo il cadenzare della propria giornata.

Oggi è ferragosto, giornata di festa; festa come vacanza e festa come celebrazione, ma dato che la natura umana è sempre bizzarra, in una giornata di ferie si celebrano diverse assunzioni.

Bizzarra come la nostra città, che celebra l’assunzione della propria squadra nella categoria professionistica.

Bizzarro il fatto che dopo tante pene per cercare lavoro, io stesso parli di assunzione…

Meno bizzarra la Chiesa, che celebra l’Assunzione di Maria al Cielo; una donna, una madre, non comune, che viene finalmente accolta in grembo al Padre suo, per donarle un po’ di serenità, tanto anelata in vita.

Mi ricorda qualcosa.

Nella bizzarria degli eventi celebrerò anche io, nella notte a venire, l’assunzione di una donna al cielo; l’assunzione di una madre, di una persona non comune. Celebrerò l’assunzione alla serenità, una serenità agoniata in maniera crudele. Ricorderò l’attesa atroce prima della liberazione, ancora più dolorosa della stessa oppressione.

La mia celebrazione è più intima; è la celebrazione di un figlio che vede sua madre partire. La vede pensionarsi da una malattia atroce e paradossale di cui io stesso non riesco a pronunciarne il nome per paura. La celebrazione di un figlio che solo da lontano può immaginare la sofferenza, e con riserbo non osa andare oltre per non turbare ulteriormente lo stato delle cose.

L’assunzione da una malattia che può essere paragonata al tradimento di una persona cara. Il tradimento del proprio corpo che non vuole essere più tuo; il tradimento di una parte di te che per sua irriverenza vuole scappare e ti toglie nutrimento e vita.
Un tradimento che umilia, perchè espone allo scherno dei nemici.
Un tradimento che trasfigura, perchè trasforma il corpo in qualcosa di irriconoscibile.
Un tradimento che abbatte, perchè una propria parte ha deciso di remare contro.

Un tradimento che dopo aver spazzato tutto e tutti via, fa vedere come sia bello guardare le persone che sono rimaste a fianco, e far loro un sorriso prima di partire.

E come in un tradimento, ti lascia sensi di colpa e rammarichi; l’incapacità di aver notato i cambiamenti, la silenziosità dei sintomi. Un tradimento improvviso, giunto all’alba di una rivalsa, nel momento in cui si sarebbe potuto godere di un primo raccolto.

Giornata di assunzione, di vacanza. Perché vacanza vuol dire mancanza, vuoto.
Giornata di assunzione, di festa. Perché la festa è una forma di ricordo e la memoria è una prova storica della nostra vita.

Buona vacanza come mancanza di oppressione e fatica.
Buona festa come ricordo di gioia e protezione della memoria dallo spettro della propaganda.

Buon ferragosto, colleghi.

clarks alle ore agosto 15, 2008 15:28
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